– Fonte: Paulius Dragunas su Unsplash.
Ogni tanto mi chiedo, piuttosto oziosamente per la verità, perché non installo mai Windows sui miei computer. Alla fine, la maggior parte delle applicazioni che uso ogni giorno è multipiattaforma, quindi gira indifferentemente sui tre principali sistemi operativi attuali (per chi fosse appena tornato da Marte, sono Linux, macOS e Windows, in ordine rigorosamente alfabetico).
– Fonte: Jonas Jacobsson su Unsplash.
Medium è probabilmente la migliore piattaforma di pubblicazione online, dove chiunque può pubblicare articoli di qualsiasi lunghezza su qualunque argomento, spaziando dai temi avanzati di scienza e tecnologia, ai reportage giornalistici e fino ai racconti di vita personale.
La vastità della piattaforma obbliga a personalizzarla in base ai propri gusti, in modo da visualizzare solo i contenuti rilevanti e ignorare il resto. Ma anche seguire solo quello che ci piace è impegnativo: la newsletter che Medium mi invia ogni mattina contiene sempre almeno 4-5 articoli che non posso fare a meno di leggere e, spesso, condividere con colleghi o amici.
– Immagine generata dall’IA di Microsoft Designer.
Un paio di mesi fa ho elencato alcuni bachi più o meno gravi di Sonoma di cui mi sono accorto mentre prendevo confidenza con l’ultima versione di macOS, prima sul nuovo Mac Studio M2 Ultra e poi sul Mac Mini M1 di casa.
In quel momento stavo usando macOS Sonoma 14.3, che poco dopo ho aggiornato sul Mini alla versione 14.3.1. Con questa minor release Apple ha corretto un paio dei bachi descritti, in particolare il baco relativo allo svuotamento del Cestino in uno Spazio a casaccio e quello che impediva di dare un nome decente ai file PDF generati dalla funzione di Stampa.
Ed eccoci arrivati all’ultima parte della serie dedicata a Syncthing, questa volta incentrata sull’uso del programma con i dispositivi mobili (qui potete trovare la prima, la seconda e la terza parte).
Su Android posso dire poco, perché in questo momento non ho per le mani nemmeno un dispositivo Android su cui fare delle prove. In ogni caso, su Google Play è disponibile l’app ufficiale di Syncthing, per cui non dovrebbero esserci particolari differenze rispetto ad un sistema desktop (volendo si può scaricare l’app anche dello store alternativo F-Droid, dedicato alle applicazioni open source per Android).
Nei primi due articoli di questa serie ho descritto in generale cos’è Syncthing e come lo si può installare ed usare con le opzioni di default del programma.
Questo articolo, invece, è dedicato ad un uso un po’ più avanzato di Syncthing, che permetta di ottenere qualcosa di più dal programma, diminuendo allo stesso tempo il rischio di perdere i nostri preziosi file.
– Fonte: JJ Ying su Unsplash.
Descrivere in generale un software complesso come Syncthing è utile, ma ancora più utile è arrotolarsi le maniche e provare ad usarlo, verificando in pratica se fa davvero al caso nostro.
Caratteristiche principali Quali sono le caratteristiche principali che differenziano Syncthing rispetto a strumenti più diffusi come Dropbox, Box e così via, ma anche rispetto ai servizi offerti dai giganti dell’informatica come iCloud, OneDrive o Google Drive?
– Fonte: JJ Ying su Unsplash.
Proprio come VisiCalc, WordStar, Photoshop, Hypercard o Netscape, Dropbox è stato uno di quei (pochi) software davvero innovativi e capaci di cambiare la vita dei suoi utilizzatori.
Se oggi l’idea di sincronizzare i propri file attraverso la rete sembra naturale, nel 2008 l’uscita di Dropbox rappresentò una vera e propria liberazione dalla schiavitù delle chiavette USB e dei CD riscrivibili.
Babbo Natale è arrivato un po’ in ritardo quest’anno, però mi ha portato un bel po’ di Raspberry e Arduino, con accessori in quantità. Tutto pagato da un Ministero, che è sempre una bella soddisfazione.
Ora ho il Mac Studio, ho i Raspberry, ho gli Arduino, ho tutti i sensori che mi servono; non ho più scuse, devo mettermi a lavorare sul serio!
– Fonte: Viktor Forgacs su Unsplash.
La transizione è conclusa, da alcuni giorni tutti i computer che uso per lavorare funzionano con un processore ARM Apple Silicon: un Mac Studio M2 Ultra di cui ho già parlato a lungo e che sta sulla scrivania del mio ufficio, un Mac Mini M1 16 GB/1 TB – rimasto semidimenticato su uno scaffale per motivi che non sto qui a dire – nell’ufficio casalingo e un Mac Book Air M1 molto molto basico (appena 8 GB di RAM e 256 GB di SSD, la metà di quello di mia moglie) per usi light e per quando devo andare in giro.
– Fonte: Walls.io su Unsplash.
Servono davvero 39 paragrafi, 5 figure, 620 parole, 3350 caratteri (didascalie incluse), per spiegare come si digita il carattere # con la tastiera del Mac? È proprio quello che è riuscito a fare un paio di giorni fa David Price su Macworld.
Il prossimo articolo sarà Come si digitano i numeri sulla tastiera del Mac seguito, dopo alcuni intensi giorni di studio, da La grande guida all’uso del tasto SHIFT.